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Lo sport in campo contro l'omofobia e la transfobia: un ponte verso il futuro

 

di Fabiana Carcatella

 
 
Convegno Sport Contro Omo-Transfobia

"Attraverso lo sport è possibile diffondere la visione positiva di una società fatta di persone tutte diverse, ma allo stesso tempo uguali in dignità e diritti. Lo sport è un contesto in cui le differenze sono un arricchimento effettivo, non una barriera". 

Con queste parole, parte di una lettera inviata per l'occasione, il Ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli, ha colto, sin dall'apertura dei lavori, il messaggio principale veicolato durante l'intero convegno "Lo sport in campo contro l'omofobia e la transfobia: un ponte verso il futuro". 

L'iniziativa, tenutasi lo scorso 30 novembre presso Villa Doria D'Angri, a Napoli, ha, infatti, costituito un'importante momento di incontro e confronto tra esponenti di Università, Istituzioni e Associazioni sull'importanza rivestita dallo sport nella battaglia alle discriminazioni.

Nel 2017 si parla ancora di omo-transfobia e c'è ancora chi utilizza la natura delle persone per farne oggetto di odio. "Si possono individuare tre tipi di manifestazione omo-transfobica - spiega Francesco Soro, Capo Gabinetto del CONI. La prima è verbale, ad esempio quella osservabile negli stadi. La seconda è fisica e può condurre anche ad aggressioni mortali. La terza è emozionale ed è riconducibile al modo con cui si guarda o tratta l'altro". A completare un quadro non proprio rassicurante, lo sport, uno dei terreni più fertili per le discriminazioni: "Per salvaguardare l'ambiente sportivo bisogna attuare un'azione di vigilanza, un'azione di diffusione positiva e di normalizzazione". Una strada che, secondo Soro, è perseguibile in tre passaggi: non avere vergogna, condannare per dare un esempio positivo e bandire il pregiudizio.

In altre parole, come suggerisce Anna Lisa Amodeo, coordinatrice del Servizio Antidiscriminazione e Cultura delle Differenze del Centro di Ateneo del Centro SInAPSi, bisogna promuovere una cultura delle differenze e attuare percorsi di sensibilizzazione destinati a tutti.  L'omo-transfobia, infatti, non riguarda solo gli LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), ma anche il bambino che ama la danza o la bambina che non indossa un abbigliamento femminile: "La nostra mente, purtroppo, funziona per semplificazioni e classificazioni. Se non si è conformi alla massa c'è rischio di subire discriminazioni in ogni momento del proprio percorso di vita. Lo sport, in tal senso, può rappresentare un vettore di cambiamento sociale".

Un cambiamento che si può attuare, in primo luogo, avendo "cura" del proprio corpo: "Il corpo - spiega Vincenzo Manco, Presidente Uisp -  è il primo ambiente con cui si ha a che fare. Deve essere pulito, rispettato e attraverso esso si possono aprire percorsi di emancipazione". Percorsi come quelli proposti da Simona Marino, delegata alle Pari Opportunità del Comune di Napoli: "I corpi sono un elemento fondamentale e lo sport ha il privilegio di mettere in campo la corporeità. Stiamo cercando di promuovere progetti di formazione per i professori di educazione fisica. Nelle scuole, durante le ore dedicate allo sport, è importante che femmine e maschi si ritrovino insieme in uno spazio aperto, al fine di conoscere il proprio corpo e quello dei propri compagni. Per rispettare c'è bisogno di conoscenza".

L'individuazione di interventi efficaci che coinvolgano la scuola e le organizzazioni sportive per la promozione di una cultura volta all'inclusione è il fine ultimo promosso anche nel libro "Terzo tempo Fair Play: i valori dello sport per il contrasto all'omofobia e alla transfobia". Il volume, presentato durante il convegno, è stato curato dalle prof.sse Giuliana Valerio, docente dell'Università Parthenope, e da Anna Lisa Amodeo. Nel titolo un significato importante: "Terzo Tempo - spiega Giuliana Valerio -  è un riferimento all'incontro dopo-gara tra i giocatori di rugby delle due squadre. Si tratta una tradizione improntata sul fair play e non consiste solo nel rispetto delle regole, ma è un modo di pensare che si basa sui concetti di amicizia, della non violenza e della lealtà sia in campo sportivo che nella vita quotidiana". 

Obiettivi da raggiungere, ma anche obiettivi raggiunti. Nel mare di proposte e interventi per il futuro, infatti, emergono anche solide realtà del presente. In prima linea nella lotta alle discriminazioni in ambito sportivo la Uisp, che ha attivato il percorso ALIAS, una soluzione che permette alle persone Trans di tesserarsi durante il cammino del cambiamento di genere, utilizzare un nome diverso dal sesso anagrafico e svolgere le attività dell'associazione con tutte le coperture assicurative garantite agli associati. 

La voglia di portare, tramite lo sport, i valori dell'inclusione negli spazi in cui lo sport si esprime ha condotto anche alla nascita di quelle che potrebbero chiamarsi "squadre inclusive". Si tratta di squadre nate per permettere a persone LGBT di vivere serenamente la propria identità sessuale nel contesto sportivo, ma che attualmente sono aperte a tutte. Ne sono un esempio Libera Rugby, costituita al 40% da etero e al 60% da LGBT, l'ASD Gruppo Pesce, nell'ambito del nuoto, e l'ASD Pochos prima ed unica squadra di calcio LGBT del Sud-Italia, nata grazie al contributo dell'associazione Arcigay. 

Tutto ciò, però, non è ancora sufficiente. Le notizie che appaiono sui quotidiani o circolano su internet continuano a confermare il deficit che il nostro Paese ha in fatto di cultura sportiva: "Certe tifoserie - afferma Giovanni Anversa, Giornalista RAI -  a forza di predicare violenza generano troppa tolleranza. Bisogna richiamare i valori dello sport sociale, che è inclusivo e permette a tutti di partecipare alla crescita. Lo sport è un pilastro della cittadinanza perché è tolleranza, partecipazione, libertà. C'è bisogno di una presa di coscienza collettiva: i soggetti in campo (sport, scuola, famiglia, istituzioni) sono molteplici e devono allearsi in questa partita".

A livello strutturale il lavoro più grande da fare: "Uno degli stigma più pericolosi è quello strutturale e istituzionale - riflette e provoca il prof. Paolo Valerio, direttore del Centro SInAPSi. Qui stiamo parlando della natura delle persone. Nessuno può trasformare nessuno e, se esiste un disagio, è il contesto sociale che lo ha creato. Il mondo della scuola, ad esempio, è pronto ad accogliere il coming out dei docenti?".

 
 
 
 
 
 
 
 

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